Abstract (Italiano)

Questo articolo analizza la duplice natura del genere Euphorbia, tipica e comune pianta della Sardegnaconcentrandosi sul potere tossico del suo lattice bianco e sul suo impiego storico nelle pratiche di pesca di frodo e di avvelenamento dei corsi d'acqua nel contesto mediterraneo e sardo. Attraverso un'analisi etnobotanica, vengono esaminati i meccanismi d'azione ittiotossica delle saponine e delle resine vegetali sulle mucose e sull'apparato respiratorio della fauna ittica. Vengono inoltre delineate le dinamiche rurali tradizionali legate allo sfruttamento di queste sostanze nei piccoli bacini e ruscelli, evidenziando il profondo impatto ecologico e la trasformazione di una risorsa botanica in uno strumento di predazione e alterazione ambientale.

Abstract (English)

This article examines the dual nature of the genus Euphorbia, focusing on the toxic power of its white latex and its historical use in illegal fishing practices and the poisoning of watercourses within the Mediterranean and Sardinian contexts. Through an ethnobotanical analysis, the ichthyotoxic mechanisms of saponins and plant resins on the mucous membranes and respiratory system of aquatic fauna are explored. The study also outlines traditional rural dynamics linked to the exploitation of these substances in small basins and streams, highlighting the profound ecological impact and the transformation of a botanical resource into an instrument of predation and environmental alteration.

 Il Lato Oscuro delle Euforbiacee

Tra i paesaggi della macchia mediterranea e le garighe aride che si affacciano sulle coste della Sardegna e del bacino del Mediterraneo, il genere Euphorbia – e in particolare l'Euphorbia dendroides (l'euforbia arborescente o erba cipressina) e l'Euphorbia characias – reca con sé una duplice natura. Da un lato, queste piante si presentano come elementi scultorei e resilienti della flora autoctona, capaci di resistere alla calura estiva e di tingersi di calde sfumature rosse con l'arrivo della primavera; dall'altro, custodiscono un meccanismo di difesa chimico potentissimo e insidioso.

All'interno dei loro fusti e delle loro foglie scorre un lattice bianco, denso e vischioso, ricco di resine, saponine e composti diterpenici (noto tradizionalmente come euforbone). Questo fluido lattiginoso, pur avendo trovato limitati e cauti impieghi nella medicina popolare – come rimedio caustico esterno per la rimozione di porri e verruche – rappresenta una formidabile arma chimica naturale. Nel corso dei secoli, la spiccata azione ittiotossica di questo lattice ha dato origine a pratiche di sfruttamento esteme, legate soprattutto alla sussistenza marginale, alla frode e all'alterazione dei corsi d'acqua.

Le Proprietà Ittiotossiche e il Meccanismo d'Azione

Il termine ittiotossico indica la capacità di una sostanza di risultare tossica o letale per i pesci. Il lattice delle euforbie possiede molecole biologicamente attive che, una volta immesse in un ambiente acquatico circoscritto, interferiscono drasticamente con la respirazione e la fisiologia della fauna ittica.

Quando il lattice viene disperso nell'acqua, le saponine e le resine ivi contenute riducono la tensione superficiale e agiscono come potenti irritanti sulle mucose e, soprattutto, sugli apparati branchiali dei pesci. L'effetto immediato è una forte infiammazione e la compromissione dello scambio gassoso: i pesci vanno rapidamente in sofferenza respiratoria acuta (ipossia), perdono l'orientamento, affiorano storditi o agonizzanti in superficie, rendendosi così facilmente catturabili a mani nude o con reti rudimentali da parte dell'uomo.

Pratiche Storiche di Avvelenamento dei Corsi d'Acqua e Pesca di Frodo

Nella memoria etnobotanica e nelle cronache rurali del Mediterraneo, l'uso delle piante del genere Euphorbia per la cattura illegale o di sussistenza del pesce rappresenta una delle pagine più emblematiche di antropologia criminale e contadina.

La Pesca di Frodo nei Fiumi e nei Torrenti

Nelle aree interne e rurali, in particolare nei periodi di magra dei fiumi e dei torrenti estivi, i bracconieri e i pescatori di frodo sfruttavano la ridotta portata d'acqua per massimizzare l'efficacia del veleno vegetale. La tecnica tradizionale documentata in diverse regioni consisteva nel raccogliere grandi quantità di rami di Euphorbia dendroides o Euphorbia characias, pestandoli ripetutamente all'interno di sacchi o direttamente sulla roccia lungo gli argini. Il composto così macinato e intriso del lattice veniva immesso nei gora, nelle pozze di corrente lenta o nei tratti sbarrati artificialmente dei corsi d'acqua dolce. L'effetto era rapido e devastante per l'ecosistema fluviale: non solo i pesci di grossa taglia (come le trote o i sugarelli d'acqua dolce dove presenti), ma l'intera fauna acquatica – inclusi piccoli crostacei, avannotti e insetti – subiva un collasso tossico. L'acqua veniva temporaneamente resa sterile e impraticabile anche per l'abbeveramento del bestiame, che istintivamente rifiutava il liquido a causa dell'acre odore e della forte azione purgante ed emetica del veleno residuo.

Bonifiche e Usi Collaterali del Veleno

Oltre alla pesca di frodo, il potere caustico e irritante del lattice veniva impiegato storicamente anche per la pulizia e la "depurazione" di vasche di raccolta, abbeveratoi rurali e cisterne invase da sanguisughe, larve di insetti o parassiti acquatici infestanti. Versare il lattice nelle vasche significava uccidere ogni organismo vivente al loro interno; tuttavia, ciò richiedeva un lungo periodo di attesa e di risciacquo prima che l'acqua potesse essere nuovamente resa idonea agli usi agricoli o zootecnici.
 

Contesti Geografici e Tradizioni Locali

Sebbene l'uso delle piante ittiotossiche (come il Verbasco o l'Euforbia) sia stato ampiamente diffuso in tutto il bacino del Mediterraneo – dalla penisola iberica alla Grecia, passando per il Sud Italia e le isole maggiori – la Sardegna rappresenta un territorio in cui tali pratiche sono rimaste a lungo radicate nella cultura materiale a causa della forte economia agro-pastorale di isolamento.

  • I contesti rurali sardi: Nelle zone di macchia e gariga calcarea dell'Ogliastra, del Campidano e del Sassarese, dove l'euforbia arborescente (lua o lueddha in lingua sarda) prospera abbondantemente, la conoscenza della tossicità della pianta era patrimonio comune dei pastori e delle comunità locali. I corsi d'acqua minori, i ruscelli stagionali e i piccoli bacini chiusi rappresentavano i teatri più frequenti di queste azioni di frodo messe in atto nei momenti di maggiore necessità alimentare o di ristrettezza economica.
  • Scenari comparati nel Mediterraneo: Tecniche analoghe venivano praticate in Liguria e in altre regioni tirreniche, dove i torrenti costieri venivano occasionalmente trattati con estratti di euforbie rupicole per catturare esemplari ittici destinati all'autoconsumo locale.

 

Valutazione Ecologica e Impatto Ambientale

L'impiego del lattice di euforbia nella pesca di frodo non configurava soltanto una violazione delle leggi sulla tutela della fauna ittica, ma rappresentava un vero e proprio disastro ecologico su scala locale. A differenza degli strumenti selettivi, l'avvelenamento da saponine vegetali agiva in modo indiscriminato:

  • Distruzione della biodiversità: Ogni forma di vita acquatica sensibile veniva spazzata via, compromettendo la catena trofica del fiume o dello specchio d'acqua interessato.
  • Lentezza di recupero: I corsi d'acqua minori impiegavano anni per ristabilire un equilibrio biologico stabile dopo il passaggio di simili sostanze tossiche.

Oggi, l'uso dell'euforbia come agente ittiotossico appartiene a un passato di archeologia rurale e di sussistenza estrema, severamente condannato dalle normative ambientali vigenti sulla protezione degli ecosistemi acquatici. Ciononostante, ripercorrere la storia di questi avvelenamenti permette di comprendere la complessa e ambivalente relazione che le comunità tradizionali hanno intrattenuto con la flora spontanea: una flora capace di offrire riparo, materiali e rimedi, ma anche di trasformarsi, attraverso la raffinata chimica dei suoi succhi, in uno strumento di predazione e di alterazione radicale dell'ambiente naturale.

Sardinia, terroir, Journeys

Chiara Gullo

GAE Tesserino: N°89 | ASG1508

Note a Piè di Pagina e Fonti

  1. Etnobotanica e Nomenclatura Locale:
    • Riferimento agli usi tradizionali dell'Euphorbia dendroides (nota in sardo come lua, lueddha, runza de monte, latturighe, titimbaru) e delle altre specie presenti nel bacino del Mediterraneo e in Sardegna.
    • Fonte: Testo di botanica e cultura popolare sarda, schede descrittive sulle proprietà officinali ed etnobotaniche delle Euforbiacee (cfr. manuali di flora spontanea e tradizioni etnobotaniche della Sardegna).
  2. Proprietà Ittiotossiche e Azione Chimica:
    • Studio dei composti diterpenici, delle resine e delle saponine contenute nel lattice, responsabili dell'azione irritante e della compromissione della respirazione branchiale della fauna acquatica.
    • Fonte: Letteratura scientifica sulla tossicità delle Euforbiacee e sulle sostanze di origine vegetale storicamente impiegate nella piscicoltura di frodo.
  3. Contesti Storici e Pratiche di Avvelenamento Rurale:
    • Documentazione antropologica e orale sull'avvelenamento dei corsi d'acqua minori e dei gora nei periodi di magra estiva per la cattura di sussistenza o di frode dei pesci.
    • Fonte: Archivio di etnostoria e antropologia della Sardegna, memorie della cultura agro-pastorale e studi sulle consuetudini di pesca illegale nell'entroterra isolano.