Quando si parla di olio extravergine d'oliva in Italia, il pensiero va subito ai paesaggi collinari della Toscana o della Puglia. La Sardegna, tuttavia, custodisce una storia olivicola millenaria che non inizia nei campi coltivati, ma tra i cespugli selvatici della macchia mediterranea e all'interno delle grandi torri di pietra dell'Età del Bronzo.
Oggi l'oleoturismo nell'isola permette di riscoprire questo legame tra archeologia, biodiversità e gastronomia.
I nuragici e l'uso dell'olio di lentisco
Molto prima che l'olivo domestico (Olea europaea L.) diventasse la coltura principale dell'isola, gli antichi sardi utilizzavano una pianta spontanea molto diffusa sul territorio: il lentisco (Pistacia lentiscus).
La conferma arriva dagli scavi archeologici condotti nel sito di Su Mulinu Mannu, a Terralba. Qui gli archeologi hanno ritrovato grandi quantità di semi di lentisco carbonizzati. La civiltà nuragica estraeva dalle bacche di questo arbusto un olio selvatico (ògliu de stincu) impiegato per diversi scopi:
- Alimentazione: come condimento e grasso vegetale di sussistenza.
- Illuminazione: come combustibile per le lucerne in terracotta all'interno dei nuraghi.
- Medicina e rituali: come unguento curativo per la pelle e nei riti funebri.
Solo in seguito, grazie ai contatti commerciali con Fenici, Cartaginesi e Greci, si diffusero in Sardegna le tecniche di innesto dell'olivastro selvatico. Nei musei dell'isola sono esposti vasi ceramici greci (come lekythoi e alabastra) che testimoniano l'importazione di oli profumati d'élite.
Il commercio romano e il falso mito medievale
Durante l'epoca romana la produzione interna della Sardegna non era sufficiente a coprire il fabbisogno degli abitanti. L'archeologia subacquea ha dimostrato che l'isola dipendeva dalle rotte commerciali marittime: nei fondali sardi sono stati recuperati i carichi di navi romane colme di anfore da trasporto provenienti dalla Betica (l'odierna Andalusia, in Spagna), la provincia che riforniva l'impero.
Un errore comune nei libri di storia è l'attribuzione ai monaci medievali della nascita dell'olivicoltura sarda. I documenti d'archivio dell'Età dei Giudicati smentiscono questa teoria. I testi notarili dell'epoca indicano che i monaci ricevevano in dono dai sardi degli oliveti che erano già stati impiantati e innestati dai proprietari locali.
In quel periodo l'olio d'oliva restava comunque un prodotto di lusso, destinato alle mense nobiliari o ai sacramenti religiosi. Il popolo continuava a usare grassi animali (lardo e strutto) o l'olio di lentisco e olivastro. Non a caso, nel Codice Rurale (XIV secolo) del giudice Mariano IV d'Arborea, le leggi proteggevano vigne e orti, ma l'olivo veniva a malapena menzionato.
Dalle leggi spagnole ai "Cavalieri" dei Savoia
La vera espansione dell'olivicoltura in Sardegna è legata a precise scelte politiche ed editti emanati tra il Seicento e l'Ottocento.
- L'obbligo spagnolo (1602): Per sfruttare la produttività della terra, l'amministrazione spagnola impose a ogni vassallo l'obbligo di innestare almeno 10 olivastri selvatici all'anno. Le leggi per tutelare i campi erano severe: chi danneggiava gli alberi rischiava il carcere o la scomunica.
- Il Regio Editto sabaudo (1806): Il re Vittorio Emanuele I cambiò approccio, scegliendo la via dell'incentivo economico e sociale. Per spingere i proprietari a piantare alberi in modo razionale nelle zone di Sassari, Alghero, Oristano, Bosa e Cuglieri, lo Stato promise titoli nobiliari. Chiunque piantasse almeno 4.000 olivi coltivati riceveva il titolo ufficiale di Cavaliere. Questo portò a un boom di impianti e l'olio sardo iniziò a essere esportato in tutto il Mediterraneo, Venendo richiesto persino a Venezia per l'industria del sapone.
La cultivar Bosana e le sue proprietà
L'isolamento geografico della Sardegna ha permesso la conservazione di un patrimonio di biodiversità unico, con circa 50 varietà autoctone di olivo.
La varietà più importante e diffusa è la Bosana, originaria del territorio di Bosa ma conosciuta nell'isola con nomi diversi:
- Sassarese o Tondo nel territorio di Sassari.
- Aligaresa nella zona di Alghero.
- Palma in altre località, per via dell'uso dei suoi rami durante le processioni della Domenica delle Palme.
- Pibireddu (peperoncino) nel comune di Gergei, un nome che richiama la sua caratteristica nota piccante.
Dal punto di vista scientifico, l'olio da cultivar Bosana ha un alto contenuto di polifenoli e oleocantale, un antiossidante naturale che possiede proprietà antinfiammatorie analoghe a quelle dell'ibuprofeno. Al palato esprime un fruttato medio-intenso, con sentori netti di carciofo, cardo e mandorla verde, e un netto equilibrio tra l'amaro e un piccante persistente.
L'aspetto antropologico e l'oleoturismo oggi
Fino alla metà del Novecento, la raccolta delle olive era un vero e proprio rito comunitario e sociale, descritto anche nei romanzi di Grazia Deledda. Il lavoro nei campi univa i paesi e prevedeva una netta divisione dei ruoli: gli uomini si occupavano della bachioccatura (abbacchiatura) dei rami con lunghi bastoni, mentre le donne raccoglievano le olive cadute a terra, accompagnando le giornate con canti tradizionali.
Oggi i vecchi frantoi con macine in granito trainate dagli asini sono stati sostituiti da moderne almazere tecnologiche con estrazione a freddo. Questa evoluzione permette di tutelare le proprietà della Bosana e delle altre varietà locali, trasformando l'oleoturismo in Sardegna in un'esperienza culturale completa, capace di unire la storia dei nuraghi al benessere a tavola.
Dott.ssa Chiara Gullo
Travel Designer | Accompagnatrice Turistica & GAE
Tesserino AT n. 989 | Tesserino GAE n. 89 (Det. 7679/2026)
Iscrizione AssoGuide n. ASG1508
Email: chiaragullo33@gmail.com
Contatti: +39 329 79 71 805 | Lingue: EN • ES • FR • ITA
P.IVA: 06873270828