Diciamoci la verità: nel nostro ambiente si sente troppo spesso la frase "Ma sì, in vent'anni di tour non mi è mai successo nulla!". Chi ragiona così, però, confonde la sicurezza con la fortuna. Nel turismo di oggi, la sicurezza non è un jolly che ti cala dall'alto, ma il risultato di quanta testa ci metti prima di partire. Come accompagnatori, il nostro lavoro non è sperare che vada tutto bene, ma governare l'incertezza e proteggere quel patto di fiducia che ci lega ai viaggiatori (quello che i manuali chiamano Duty of Care, il dovere di tutela).

Da quando è uscita la Pratica UNI ISO 31030:2022, le cose sono cambiate. Non è una legge calata dal governo, ma uno standard internazionale che mette nero su bianco le buone pratiche di Travel Security. Perché è nata? Perché tra meteo impazzito, tensioni geopolitiche e imprevisti sanitari, viaggiare è diventato più complesso. E in questo scenario, l'accompagnatore non è un semplice "portagruppo", ma la guida operativa sul campo che deve saper leggere i rischi prima che si trasformino in casini.

Meno ansia, più calcolo: la gestione del rischio

Per noi addetti ai lavori, il rischio non è una sensazione della pancia, ma segue una logica chiara:

Rischio = Minaccia  x  Impatto

Il nostro obiettivo è la mitigazione, ovvero fare qualcosa prima per abbassare la probabilità che succeda un guaio, o per ridurne i danni se ci siamo già dentro. Se scopri che l'hotel prenotato è finito in mezzo a una zona che improvvisamente è diventata calda o degradata, la mitigazione è una sola: cambi struttura al volo e sposti il gruppo in sicurezza.

Per non farsi prendere alla sprovvista, il lavoro vero si fa a tavolino, analizzando tre fronti caldi prima di muovere il primo passo:

  • Meteo: Monitorare i canali ufficiali per anticipare bombe d'acqua o ondate di calore estreme.

  • Geopolitica e sociale: Scioperi dei trasporti, tensioni locali o piazze calde soggette a manifestazioni.

  • Sanità: Controllare i bollettini ufficiali sui focolai (pensa a storie fastidiose come Dengue o Zika) e sapere dove sono gli ospedali che funzionano davvero sul posto.

Intelligence da trincea: gli strumenti digitali

Un vecchio adagio dice che "fallire la pianificazione significa pianificare un fallimento". Oggi abbiamo la fortuna di avere la tecnologia dalla nostra parte. App come Flightradar24 o MarineTraffic ci permettono di sapere dove sono aerei e navi in tempo reale, spesso prima che le stesse compagnie comunichino i ritardi.

Ma la differenza la fa l'approccio OSINT, cioè la capacità di fare intelligence usando le fonti aperte in rete. Non significa spulciare i blog di viaggi, ma fare ricerche chirurgiche:

Filtrare i risultati: Invece di cercare a caso su Google, usi comandi stringati come site:www.viaggiaresicuri.it "Thailandia" per andare dritti ai comunicati ufficiali dell'Unità di Crisi della Farnesina, lasciando perdere le opinioni dei forum.

Controllare i social (ma con criterio): Seguire in diretta gli hashtag geografici su Instagram o Twitter ti dà l'esatta percezione visiva di cosa sta succedendo in una piazza (se c'è un blocco stradale o un'alluvione) ore prima che la notizia arrivi sui telegiornali.

Sfruttare la copia cache: Se un sito istituzionale locale va offline per il traffico durante un'emergenza, recuperi la versione salvata pochi minuti prima per non perdere il filo delle informazioni.

Quando succede il casino: SOP e Comunicazione

Se la prevenzione non basta e l'imprevisto si presenta, non c'è spazio per l'improvvisazione. Dobbiamo avere in tasca le SOP (Standard Operating Procedures), i protocolli operativi dell'agenzia che ti dicono chi chiamare e cosa fare passo dopo passo.

Sul campo, un buon professionista si muove su tre binari:

  1. Dovere di informazione: Ai clienti non si nascondono i rischi. Chi compra un pacchetto ha il diritto sacrosanto di essere informato in modo trasparente sulle misure di sicurezza e sulle coperture assicurative.

  2. Controllo dei presidi: Verificare sempre dove sono le uscite di sicurezza, le dotazioni mediche del bus e i kit di primo soccorso.

  3. Incrociare i dati con le autorità: Spingere sempre i viaggiatori a registrarsi sul portale "Dove siamo nel Mondo" della Farnesina, uno strumento vitale per essere tracciati e protetti in caso di evacuazione o crisi internazionale.

E se devi comunicare un'emergenza all'agenzia o ai soccorritori, vietato andare nel panico o fare letteratura. Il messaggio deve essere un pugno: Chi è coinvolto, Cosa è successo, Quando e dove, e Come si sta evolvendo la situazione. Dati puliti, niente opinioni personali.

Formazione seria 

Chiudiamo con una nota dolente: la formazione. I corsi standard ci insegnano il primo soccorso urbano, quello dove chiami il 118 e l'ambulanza arriva dopo dieci minuti.

Ma se porti la gente in contesti isolati, remoti o naturali (pensa a un deserto come il Wadi Rum o a un trekking avanzato fuori dalle rotte classiche), quel tipo di preparazione non basta più. Serve una formazione specialistica come il WFA (Wilderness First Aid) o corsi mirati di Travel Security. Ti insegnano a gestire traumi e problemi seri quando i soccorsi strutturati sono a ore – o giorni – di distanza da te.

Padroneggiare il Risk Management, saper fare ricerca e investire sulla propria formazione non è un lusso o un vezzo da fissati: è l'unica cosa che traccia una linea netta tra chi accompagna le persone a fare un giro e chi garantisce che quelle persone tornino a casa sane e salve.

 

Dott.ssa Chiara Gullo 

Travel Designer | Accompagnatrice Turistica & GAE

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